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AUTOCONOSCENZA DI UNA MASCHERA

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Anversa - Parata (2014) La cultura dell'immagine, portata agli eccessi dal gioco dei social media, definisce per esclusione la nostra reale identità. Io credo che il gioco esista per essere giocato, e non parteciparvi sarebbe una perduta occasione. Costruire in consapevolezza un'immagine con cui rappresentarci nel mondo significa saper sempre distinguere la realtà dalla finzione, l'illusione del trasformismo delle cose dal silenzioso ed immutabile Sé.  La sofferenza subentra con la falsa identificazione in un qualcosa o in un qualcuno, rappresentazioni transitorie che proprio a causa della loro natura instabile finiscono per deluderci, nel momento in cui le scopriamo essere niente di più che delle idee o delle maschere.  La fotografia, nei suoi quasi due secoli di storia, non ha fatto che rafforzare questa grande illusione. Ma se un'immagine viene utilizzata come strumento indicatore di ciò che è finzione, questa può aiutarci a smascherare il grande inganno.  ...

IMMAGINARSI

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Manu (2015) La falsa identificazione con il corpo ci porta a sopravvalutare l'immagine che abbiamo di noi stessi ed il modo in cui ci sentiamo costretti a rappresentarla per colpa del nostro ego. Il rapporto tra soggetto e ritrattista è sempre turbolento, proprio a causa dell'esigenza quasi psicotica del primo, il quale ha un'idea ben precisa del suo aspetto (rapportato al mondo) e solo raramente si riconosce in un'immagine bidimensionale, per quanto speculare possa risultare. Si riafferma così la fittizia sensazione di due entità separate, avvalorata da esclamazioni come  "non mi sopporto" o "non mi piaccio" , l'illusoria divisione tra il percepire e il percepito, il soggetto e l'idea della sua immagine.  Nei bimbi questa illusione è ancora latente. Li osserviamo nella nostra confusione interiore, come da dietro delle sbarre, anche se questa loro libertà sono irrimediabilmente destinati a perderla.

UNO STRUMENTO DI VERIFICA

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Metallo e Cemento (2015) Il conflitto (esteriore e interiore) ha origine dal desiderio di competere. Chi non si pone l'obbiettivo di superare o di superarsi, crea in totale libertà, rimanendo consapevolmente ai margini della trasgressione. Le turbolenze dell'emotività si riflettono sia nel processo creativo che nella ricerca del bello, perché solo ciò che lascia una traccia dentro, sia questa di dolore o di piacere, merita di essere valorizzato. Questo è il paradigma dell'arte e del suo figliol prodigo, l'intrattenimento. Chi crea in maniera distaccata è libero da questo paradigma e in pace con se stesso. Il flusso creativo prende forma in modo naturale, diventando un ottimo strumento di verifica, una specie di termometro dell'ego. Lo potremo anche chiamare simpaticamente "egometro".

UN SEMPLICE CLICK

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Berlino - Street Art (2014) Quello che davvero amo della fotografia è il gesto, che nella sua semplicità riesce a provocare tutta una serie di splendide conseguenze, un po' come quando si getta un sasso in uno stagno e si formano una moltitudine di onde concentriche che si perdono nella distanza. C'è il guardare e il fermare l'immagine, poi quella stessa immagine viene selezionata, lavorata, inserita in un contesto, stampata, vista, elaborata, rivista, criticata o acclamata... Tutte queste increspature provengono da quel singolo gesto, così banale che anche un bambino potrebbe farlo. Una leggera pressione con il dito. Un semplice click. Per un secolo e mezzo la semplicità di questo gesto è stata oggetto di analisi di tutta la retorica fotografica, quella volta a screditare o a nobilitare questa pratica. Personaggi colti, in balia di ego complessi, si sono combattuti ferocemente, armati di teorie contorte e sofisticati paroloni. Non posso dire che queste loro diatrib...

IN COSTRUZIONE

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Case in costruzione - Utrecht (2008) La forza della ritualità è nel mettere un mattone dopo l'altro. Gli appunti di viaggio sono proprio questo: un progetto creativo motivato dalla ricerca interiore e vincolato dalla passione per un linguaggio. Questa ritualità mi permette di allargare l'arte del guardare parallelamente alla mia spiritualità. "Costruire è sapere e potere rinunciare alla perfezione", canta Niccolò Fabi in una delle sue canzoni, e ben si addice a questa mia riflessione. Scegliere la ritualità per portare avanti un progetto (non importa di che tipo) è un modo per non venire irretiti nella trappola del perfezionismo, che opera sempre per conto dell'ego. Il rituale è anche una forma di ringraziamento, che riconcilia il diviso apparente, nella mente e nel cuore di chi guarda. Parole ed immagini diventano così la mia preghiera quotidiana.

ASSECONDARE IL RICHIAMO

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Porta Socchiusa - Italia (2015) Questa porta socchiusa ha colto immediatamente la mia attenzione ed ho sentito l'irrefrenabile impulso di scattare qualche foto. Ne ho scattate soltanto due in realtà, una verticale e questa qui.  Mi trovavo nella piazza di un piccolo paesino toscano nel primo pomeriggio di un bel giorno di autunno e per strada non c'era nessuno, a parte io ed alcuni amici. Per me questo uscio è stato un invito, per certi versi banale, lo ammetto, ma impossibile da ignorare. Questa scena reclamava di essere presa e contenuta in un'immagine. Al di là del risultato compositivo, che tra l'altro non mi soddisfa granché, c'è in questa foto l'essenza di tutto quello che ho detto riguardo la "Fotografia Mindful", ovvero il trovarsi nella giusta sintonia con ciò che ci circonda, in modo da percepire il richiamo dell'immagine. Anche davanti alla semplicità di una porta socchiusa, che per altro può facilmente richiamare mille metafor...

PROVA DI PRESENZA

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Ragazzi sul muricciolo - Praga (2014) Il processo fotografico imprime su un supporto la prova visiva di uno stato di presenza. Il riconoscimento dell'essere si ha prevalentemente attraverso i sensi (nello stato di sonno profondo il senso dell'essere è latente) e la vista è tra questi il più assertivo (se non vedo non credo). Trovo che questo sia il legame più importante tra fotografia e spiritualità, almeno dal punto di vista teorico. Eppure questa prova visiva deve sempre relazionarsi con il tempo, che sfugge al significato stesso di presenza. Infatti si può dire di "esserci", ma non di "esserci stati", mentre la foto implica qualcosa di accaduto, cioè di inevitabilmente passato.

LETTURA

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Bambina rivolta al mare (2007) Il linguaggio della fotografia ha i suoi limiti, ma non lo hanno forse tutte quante le forme di comunicazione? I saggi del passato ci hanno più volte spiegato che le parole non sono in grado di descrivere alcuni stati dell'essere, proprio perché il limite della parola è la concettualizzazione, e cose come "illuminazione", "realizzazione" e anche "Dio" sono per loro natura inconcettualizzabili. Se la pratica fotografica è rivolta verso l'interno, quale mezzo per una ricerca personale, l'unica lettura necessaria sarà quella dello stesso fotografo, come chiusura dell'intero viaggio creativo che scaturisce dall'idea. Per me nient'altro conta: il guardare, il partecipare, il canalizzare e infine il leggere. Perché l'imponderabilità del risultato finale è l'ennesima conferma delle vera natura di una foto, nient'altro che una contingenza di eventi canalizzati dall'intento del fotografo. ...

ESTERIORITA'

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Esterno - Italia (2015) Così come le sedie vuote definiscono l'assenza di un soggetto, e la curva del vicolo lascia intuire qualcosa che si nasconde alla vista, anche gli esterni parlano del non-visto, cioè di quello che si cela oltre porte e finestre chiuse. Ma le metafore per una volta vorrei lasciarle a chi ama trastullarsi con i giochi del pensiero, per tornare a focalizzare l'attenzione sul rituale fotografico. La tecnologia ha semplificato il gesto di acquisizione dell'immagine in modo esponenziale. Agli albori della fotografia, se si voleva riprendere un paesaggio, era necessario portarsi dietro l'intera camera oscura, mentre oggi tutto quello di cui abbiamo bisogno sta in un telefonino. L'unico strumento che la tecnologia non è in grado di facilitare è il nostro discernimento, che ci permette di vedere le cose oltre la loro superficialità. Camminare in una torrida giornata d'estate con la macchina fotografica in mano alla ricerca del richiamo dell...

IL MOMENTO

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Budapest - Distacco (2014) Neanche il "ricevitore di immagini" può esimersi dal confronto con il momento decisivo ed il suo bagaglio educativo. Ma che cos'è poi mai questo "momento decisivo" attorno al quale gira un po' tutta la retorica sulla fotografia? Si tratta di un momento costruito e cercato, o è invece qualcosa di assolutamente spontaneo e perciò casuale? Prendiamo questa immagine, una candid fortunosa scattata dal finestrino di un treno fermo in stazione. Ciò che ho visto mentre scattavo sono soltanto i tre soggetti e la situazione, nel tempo minimo necessario per inquadrare. Non posso dire di aver notato la mano di lei che si appoggia al braccio del compagno quasi a cercare un appiglio, mentre alza la testa in direzione del bimbo sul vagone, e non ho neanche visto la mano alzata del bimbo in segno di saluto. Quei due piccoli gesti definiscono il momento decisivo, ma non li ho cercati, non li ho voluti, posso solo dire di averli trovati, perch...

POSSIBILITA'

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Lisbona - Donna e Cane (2015) Le possibilità sono praticamente illimitate, mentre il testimone è uno. Le convenzioni dell'immagine cambiano con la storia della fotografia e le implicazioni sociali. L'occhio dell'obbiettivo non può essere un occhio obbiettivo almeno che non si scavalchino queste convenzioni. Ma se il motivo principale e definitivo è quello di guardare, nella sua più alta forma che è pura contemplazione del divino, allora le regole si perdono nelle trame dell'ego. Rimane la ricerca, spirituale, delle forme, di se stessi, del bello, dei soggetti, della luce, perché oltre ogni retorica è sempre lei che opera il disegno, e questo dovrebbe farci riflettere. Noi lo confiniamo in un immagine, reclamandone la paternità, ma nella fotografia, forse più che in ogni altra arte, appare così evidente la non causalità dell'opera. Forma, luce, strumento, soggetto, occhio, chimica, supporto, medium... è una danza di variabili che si lasciano accadere. L'ide...

RECIPROCITA'

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Firenze - Fotografa di Strada (2015) Riconoscersi nei gesti degli altri, come un'unica grande energia consapevole, questa è la via dell'osservatore distaccato. La competitività può esistere solo nella divisione, uno stato ingannevole che non ci appartiene. C'è un guardare comune, la voglia di scoprire insieme le infinite possibilità dell'immagine, ispirandoci a vicenda. La pratica fotografica da passione per pochi prescelti è diventata il passatempo di una moltitudine, grazie alla rivoluzione digitale e alle fotocamere dei cellulari. In principio questo cambiamento ha turbato la maggior parte dei fotografi nati con l'analogico, me incluso. Oggi invece provo una certa simpatia per chi, come me,  è alla ricerca delle forme e dei colori, anche se magari pecca un po' di ingenuità cercando di esprimersi attraverso un filtro di Istagram. Anche lui, a modo suo, gioca il gioco delle immagini, con nuovi mezzi ed altri obbiettivi, ma il rituale rimane più o meno lo ...

ASSENZE INGOMBRANTI

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Seggiole (2015) Questa fa parte di una serie di sedie vuote all'aperto, scenografia che attrae la mia attenzione per una serie di motivi. La fotografia è spesso centrata sul soggetto. La sua natura è quella di mostrare una "presenza" che spesso diventa protagonista di una storia. In questo caso si intende sottolineare l'assenza di un possibile protagonista. La storia immaginata assume nuovi aspetti ed infiniti risvolti. Chi era? Cosa faceva? Ma soprattutto, dove è andato? Il fatto che si tratti di sedie all'aperto, spesso su marciapiedi, rafforza l'idea di assenza. La presenza della sedia non è scontata, come invece potrebbe esserlo in un luogo chiuso. Inoltre è a tutti gli effetti lo strumento di un'osservatore, esattamente come la macchina fotografica lo è per un fotografo. C'è quindi una forte corrispondenza tra il fotografo e il soggetto assente, il mutuo interesse per la testimonianza. Mi chiedo se la dipartita del soggetto possa in qualche...

TRA LA FOLLA

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Rotterdam - Parata (2014) L'attitudine quieta del "ricevitore di immagini" non è esclusività di una fotografia lenta ed eremitica, fatta solo per scopi paesaggistici o al limite concettuali. Proprio come chi è sulla via spirituale ha bisogno di alternare fasi di pura riflessione con situazioni più mondane, in modo da non perdersi in distrazioni futili oppure rinunciare ad occasioni importanti, con la macchina al collo è bene trovarsi a proprio agio anche in condizioni frenetiche, di rumore, di folla, di caos. A volte è la pura passione (amore) per quello che facciamo che guida il nostro dito sul pulsante di scatto, altre volte è la calma interiore, mai disturbata veramente da quello che succede fuori. Nel caso di questa parata, ricordo di essermi gettato con entusiasmo nella personale sfida di cogliere l'istante della festa, nonostante la folla e il caldo asfissiante. Ho scattato quasi a raffica, ma in libertà, partecipando attivamente all'evento.

STATO DI APPARENZA

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Mondanità (2015) Se è vero che la fotografia ritrattistica ha il potere di richiamare il soggetto allo stato di presenza, che è altrimenti combattuto, nella maggior parte dei casi, tra il passato e il futuro, tra il ricordo e l'anticipazione, è anche vero che durante la ripresa il fotografo è obbligato a partecipare a questo evento e a condividerlo insieme al fotografato. In quel segmento temporale definito dal tempo di esposizione si ha una testimonianza congiunta del presente, che converge inevitabilmente nell'immagine acquisita. L'intesa tra fotografo e fotografato raggiunge un'intimità talmente profonda che solo per via della sua brevità non lascia strascichi emotivi, o almeno non sempre. Questo accadeva forse in passato, quando i soggetti avevano una percezione diversa dell'obbiettivo fotografico che li riprendeva e dell'uso che poi veniva fatto dell'immagine. Nell'era degli smartphones e dei social media la funzione del ritratto è cambiata, s...