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L’IMPORTANZA DEL GESTO

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Maarssen - Barca (2014) Continuiamo a parlare del gesto. Il gesto è tutto quello che abbiamo. È l’intento, la visione, l’inizio di un processo che passa per il vedere ed il mostrare, il raccontare e il percepire, il condividere e il mentire. Una volta scrissi che la scheda di memoria (oppure la pellicola) potrebbe anche diventare superflua nel mio fotografare. Se il gesto di cui parlo è la radice di questa espressione creativa, allora è vero che la registrazione è secondaria, ma senza di questa, senza la prova del gesto, non si potrebbe più parlare di fotografia. Visione e registrazione diventano dipendenti l'uno dall'altra, anche se delle due la prima è sicuramente quella a cui tengo di più. Nel gesto io vedo la vita accadere in ogni sua forma, indipendente e connessa, personale e impersonale. La fermo in un codice bidimensionale, a volte monocromatico, e poi mi perdo osservando attentamente ciò che è rimasto impresso sulla scheda: un volto, un dettaglio, una sfumatura. S...

OLTRE L’INGANNO

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Utrecht - Fuori dalla stazione (2014) Se la fotografa è finzione, perché pretende di rivelare il vero e fallisce ogni volta, essa può diventare lo strumento perfetto del sad-guru, il maestro interiore, per svelare l’inganno ed arrivare alla realtà. La verità esiste soltanto come esperienza soggettiva e segue questa catena di eventi: vedere, riconoscere e desiderare. L’esperienza visiva viene seguita dalla scoperta della realtà e da un naturale desiderio di afferrarla, ed ecco che la nostra fotocamera ci viene in aiuto. Usiamola per appagare questo desiderio di realtà, con un semplice gesto, un gesto d’amore che trasforma la finzione in verità. Chi possiede la “visione del vero” è in grado di comprendere il significato dell’esperire e quindi è anche capace di trascendere l’esperienza fotografica (sia nel ruolo di agente che di ricevitore), per vedere la realtà oltre l’apparenza.  L’osservatore gentile, puro, con occhi innamorati (pieni d’amore) diventa la visione stessa de...

LA LINEA DI MISTERO

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Castiglioncello - Giardino del castello (2017) In internet sembra dilagare senza limiti l’ossessiva ricerca della “foto perfetta”, anche se forse potremo parlare più semplicemente di “foto efficace”, intendendo quel tipo di immagine impostata sui canoni classici di composizione (regola dei terzi, piano aureo) e supportata da un’altissima risoluzione visiva acquisita grazie ad obiettivi e macchine sempre più all’avanguardia e un grande lavoro di post-produzione. Davanti a queste immagini di eccelsa qualità tecnica non posso fare a meno di rilevare un appiattimento negli atteggiamenti, nelle aspettative e negli obiettivi dei fotoamatori moderni, dai professionisti ai famosi operatori della domenica, e nell’era degli smartphones ogni giorno è domenica. Nella loro apparente bellezza queste immagini le scopro prive di mistero, un elemento che reputo essenziale per suggerire un’emozione profonda. Le foto d’impatto colgono l’attenzione e l’approvazione nel tempo di uno swipe, per poi fi...

QUESTIONE D’INTUITO

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Firenze - Ombre e finestre (2014) Ora che hai fatto tesoro di tutta questa conoscenza, ora che sai come funziona la lunghezza focale e come si usano i tempi di posa, ora che conosci il piano aureo e le tecniche di composizione, che hai studiato a fondo i grandissimi della fotografia, ammirando per ore le loro opere e cercando più volte di emularli, ora che sai tutte queste cose… ...dimenticatele! Cancella dalla tua mente ogni presupposto, ogni punto di riferimento, ogni linea guida. Riparti da zero, ignorando le aspettative di critici, intellettuali e professori. Ma soprattutto, lascia andare la tensione che senti ogni volta che provi a liberarti di tutte queste cose. Se non ci pensi, affioreranno da sole, nel modo giusto, senza sforzo. È così che il tuo gesto, pur sostenuto dalla conoscenza, non le dovrà alcun tributo. Henry Cartier Bresson ci insegna che il gesto fotografico non può che essere intuitivo, e come dargli torto! Ma da dove viene questa intuizione? Predisposizion...

DOVE SI TROVA LA REALTÀ?

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Rive del Lek - Disposizioni 2017 Se rubo un volto, forse potrò leggere qualcosa di vero. Se il ritratto mostra la distanza dalle false identificazioni, perché nello sguardo del soggetto riusciamo a cogliere qualcosa che ci coinvolge, che capiamo senza dovere interpretare, allora forse sono riuscito a cogliere una manifestazione del Sé. Non nel protagonista del ritratto intendiamoci, ma nel momento di sospensione in cui la persona è rimasta nuda davanti all’occhio dell'obiettivo. Grazie a questo piccolo "furto", forse un briciolo di verità è tornata in superficie, come l’immagine riflessa del cielo azzurro sulle acque di un lago, una volta che il vento si placa. Vorrei essere l’occhio nascosto sulla manifestazione, con il naturale desiderio di dipanare il velo che nasconde la realtà. Vorrei mostrare ciò che non vuole lasciarsi vedere. È lì che si trova la realtà? In un volto rubato, in uno sguardo sorpreso? O dovrò invece fare ancora molta strada per trovarla? Ma...

IL NORMALE FOTOGRAFARE

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Baia Toscana - Cancello sul mare (2017) Il “normale fotografare” è per me un atteggiamento, una condizione dell'animo, non una tecnica o uno stile. È un gesto che incomincia come reazione ma che diventa col tempo controllato e profondamente consapevole. È assecondare il bisogno di registrare il proprio vedere, non importa se per divertimento o per ricerca artistica. È una sequenza di intenti, un flusso di movimenti che parte dal riconoscimento della scena, continua con una ponderata esecuzione tecnica volta alla sua acquisizione e si conclude con il lieve tocco del pulsante di scatto. È un agire fine a sé stesso, un armonico fluire, l’epilogo più giusto di una felice scoperta. Avete mai provato a combinare meditazione e fotografia? È un po’ come se si mettesse a fuoco dentro di noi prima di farlo con l’obiettivo. Vi invito a trovare il vostro metodo. Trovandosi in un luogo affollato, pieno di stimoli e saturo di potenzialità, può risultare non facile riconoscere il mom...

PASSATO AL PRESENTE

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Braccato (2015) La teoria e le idee della fotografia diventano il mezzo per capire e definire il mio atto fotografico. Non lo condizionano, non lo forzano, ma mi danno gli elementi per isolarlo e studiarlo. Ad esempio, nel caso di Barthes: se la foto ci viene a dire ciò che “è stato”, dobbiamo per forza fare i conti con il tempo. Ma nella realtà atemporale non esiste ciò che “è stato”, perciò ogni immagine è parte dell'esperienza presente. “È stato” appartiene al pensiero e al ricordo, mentre lo stato di presenza atemporale non si sofferma sulle dinamiche temporali dell'immagine ma scavalca il concetto di “è stato”. Capriole di pensiero.

OLTRE IL RITRATTO

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Belgio - Amal (2016) La posa suscita nel soggetto ritratto la consapevolezza dell'apparire. Leggere questa espressione negli occhi del soggetto fotografato può essere motivo di ricerca. Gli occhi ci dicono quello che il soggetto vuole mostrare, ma ci rivelano anche quello che intende nascondere, oppure ciò che non è ancora pronto ad affrontare. Perciò possiamo soffermarci sulla funzione primaria del ritratto, che è appunto quella dell'apparire, o andare oltre, sondarne i motivi e capirne la provenienza, il desiderio di appartenenza, il dilemma esistenziale.

RAPPORTARSI ALL'IMMAGINE

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Berlino - Tre uccelli (2014) Ho come la sensazione di appartenere a quelle immagini. Le guardo e le riguardo, e più questo rituale va avanti più loro divengono parte di me. Oltre ogni soddisfatta esigenza e rituale estetico io sento di amare le mie foto. E come non potrei; ho costruito un rapporto emotivo con loro, un rapporto positivo. Nessuna incertezza, nessuna insicurezza. Se le odiassi diventerei la loro vittima, anzi la vittima del pregiudizio negativo nei miei confronti. Ho fatto una scelta, e ho scelto di amare. Ecco allora che il volo di un eccello diventa il messaggio di un figlio lontano, e così l'immagine racconta la storia di un legame indissolubile. 

VISIONI LATENTI

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Gelato al Ponte Vecchio (2016) C'è un ritorno all'immagine. La foto acquista potere imprimendosi nella memoria. Il vedere la foto diventa esperienza che nel ripetersi si rafforza. Tornare frequentemente alla solita immagine permette la costruzione di un rapporto emotivo. Proprio come la scena del mondo reale ha bisogno di un certo ammontare di tempo per imprimersi sul supporto chimico o elettronico, così l'immagine richiede tempo per imprimersi nell'esperienza del vedere. E ad ogni nuova lettura, proprio come in un bagno chimico, affiora un nuovo dettaglio. Tutte sono immagini latenti nel gioco dell'inganno. In verità la prima esperienza visiva rimane quella più reale. Ogni conseguente rilettura diventa materiale da costruzione per nuove splendide concettualizzazioni che, per loro natura, portano sempre molto lontano dalla realtà delle cose.  

FLUSSI DI OSSERVAZIONE

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Hannover - Intubato (2014) Espandendo la consapevolezza le definizioni si perdono, le linee di demarcazione dileguano, formano immagini indefinibili, magari sfocate. Non ho una vera opinione su ciò che vedo. Posso dire di riconoscere le immagini più forti, ma nessuna mi appare più importante di un'altra. La forza di una si basa sulla debolezza delle altre. E comunque ogni istantanea testimonia il flusso di osservazione-ritaglio-riproduzione, che nell'insieme definisce una convergenza d'intenti. Non m'interessa una lettura oggettiva della foto. Ogni immagine ha una funzione diversa a seconda del contesto in cui viene letta. Non deve per forza colpire. Può anche passare inosservata, lasciare indifferenti, restare silenziosa. Eppure verrà anche il suo momento. Avrà una sua funzione, che verterà inevitabilmente sul ricordo.

CONTROLLO SENZA CONTROLLO

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Eindhoven - Menestrelli di strada (2016) Preferisco lavorare con gli obbiettivi fissi perché mi ricordano che le mie scelte sono sempre condizionate e che accettare queste condizioni è un gesto di completezza. Il mio non può che essere un controllo limitato, palesemente illusorio, almeno fino a quando non arriva la consapevolezza di questo senso di completezza. Fattori più o meno controllabili convergono in un punto, figlio della volontà divina o del caso, oppure di entrambi.  Spesso proprio quelle variabili incontrollate che definiscono il momento decisivo. 

IL CREARE BUONO

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Lisbona - Bevitori fuori dalla chiesa (2015) L'energia creatrice che è amore-comprensione-creatività, può essere attivata in uno stato di equilibrio del corpo-mente, se indotta dal desiderio. Quando la mente è quieta e il corpo è sano, l'energia creatrice (emanazione divina) può essere meglio catalizzata. Sarà poi la qualità del desiderio a definire il valore dell'esperienza personale; armonica se il desiderio è disinteressato, turbolenta se invece diamo troppa importanza al risultato finale.  La creatività è in ogni caso uno stato di forte presenza atemporale. Spesso è proprio colui che è privo di un equilibrio interiore ad indugiare nel processo creativo per fuggire lo stato di pensiero (negativo) che è fondamentalmente tormento. È il fantomatico “artista maledetto” che usa la creatività come analgesico, consapevole di poter sedare, almeno per un po', la sua sofferenza interiore. Forse proprio per questo suo bisogno impellente riesce ad infondere al suo messa...

BISOGNO DI CONOSCERSI

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Berlino - Selfie al muro (2014) Forse il selfie è il sintomo di un'ultima disperata ricerca della propria identità, un grido d'aiuto silenzioso che esclama “Eccomi, sono io. Sono qui!” Con la forza della disperazione in milioni ci puntiamo addosso l'obbiettivo, un gesto che ricorda morbosamente il suicidio, e sfiorando il "grilletto" catturiamo quello che poi crediamo ci rappresenti: un corpo e un volto incorniciati entrambi in un tempo e in un luogo specifico, magari con qualcuno. “Si, questo sono io...” è la reazione in automatico. L'inganno.  Ma al di là delle false identificazioni il bisogno rimane. È ciò che ci muove, che da' un senso a tutto il resto, la spinta verso un auto-conoscenza. E questo bisogno reclama una risposta, perché è sempre la domanda che crea la risposta, nel gioco della conoscenza acquisita, imprestata o venduta. Oltre lo schema domanda-risposta vi è la realtà, inalterabile ed assoluta. Il suo raggiungimento passa proprio ...

LASCIAMOCI LIBERARE

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Bruges - Per strada (2016) Mi sono chiesto spesso se possa definirmi un fotografo.  È sempre rischioso partecipare al gioco delle definizioni e delle false identificazioni, però ci proviamo lo stesso.  Si, io credo di essere un fotografo, e per esserlo non ho bisogno di un pezzo di carta, di una partita iva, di un incarico, di una pubblicazione, di un riconoscimento o che altro. Io sono un fotografo perché vivo di fotografia, senza mai chiedermi che cosa dovrei fare per identificarmi in questo ruolo specifico. E come ogni esperienza autentica, anche questa la vivo alla mia maniera, come sento meglio, danzando la grande danza.  Questa è una foto meravigliosamente casuale, sempre che esista davvero qualcosa che non sia casuale, altrimenti sarebbe una foto normale. Ho scelto questa foto perché sono certo che al momento dello scatto non ero consapevole dei due ragazzi che si baciano. O forse si? La mia attenzione di superficie era rivolta al soggetto primario, ma n...